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Calciomercato > Milan > Milan, Berlusconi: "Responsabilità risultati è dell'allenatore. Ecco quando lascerò il club"

Milan, Berlusconi: "Responsabilità risultati è dell'allenatore. Ecco quando lascerò il club"

Nella biografia in uscita domani, il patron rossonero si confessa


Silvio Berlusconi ©Getty Images
Stefano D'Alessio (Twitter: @SDAlessio)

07/10/2015 07:35

CALCIOMERCATO MILAN BIOGRAFIA SILVIO BERLUSCONI / MILANO - Domani, in libreria per Rizzoli, esce "My Way", biografia di Silvio Berlusconi a firma di Alan Friedman. Al suo interno, il patron del Milan si confessa nel corso di una lunga intervista concessa all'autore del libro. L'edizione odierna de 'La Gazzetta dello Sport' propone una sintesi del quarto capitolo, quello dedicato alle news Milan ricco di aneddoti e con riferimenti anche al calciomercato.

IL FUTURO DEL MILAN - "Me ne andrò solo quando avrò vinto un’altra volta. Ho detto ai miei figli che quando me ne sarò andato, se credono, potranno vendere tutto tranne due cose: la maggioranza del Milan e la casa di Arcore".

RAPPORTO TRA PRESIDENTE E ALLENATORE - "Non ho mai dettato una formazione ma ne ho suggerita una molto spesso. Discuto sempre con i miei allenatori, parliamo prima di ogni partita. Quando certe volte non sono d’accordo con l’allenatore, vince sempre lui. Non ho mai abusato della mia posizione di proprietario e presidente del club. Non ho mai tentato di essere superiore al coach. E' lui il responsabile dei risultati della squadra".

L'ACQUISTO DEL MILAN - "Il Milan mi ricorda l’infanzia, mi ricorda mio padre. Ne parlavamo quasi ogni sera, quando lui tornava dal lavoro. A quell’epoca non era un grande club, non vinceva mai niente, ma io mi identificavo con i singoli calciatori. Fantasticavo. Quando nel 1986 mi proposero di comprarla, pensai subito a mio padre, e mi decisi. Comprai il Milan anche per questo".

SACCHI - "Avevo osservato con attenzione il gioco della squadra di Sacchi, una squadra che non aveva la filosofia difensiva tipica del calcio italiano. Lui spingeva la sua squadra ad attaccare, a giocare per vincere. Andammo a conoscerlo a Parma, io e Galliani, per un pranzo. Mi piacque subito come persona, anche se aveva un carattere non facile. Era difficile fargli cambiare idea, era orgoglioso e determinato. Si dimostrò un’ottima scelta. Decidemmo insieme la campagna acquisti e riuscimmo a impostare un Milan molto offensivo, molto aggressivo".

CAPELLO - "Avevo conosciuto Capello come giocatore e ho sempre pensato che sarebbe stato un buon dirigente di una squadra. Lo invitai a frequentare una scuola per manager d’azienda e lui lo fece. Poi gli chiesi di diventare dirigente sportivo di altre squadre del nostro gruppo e lui fece un ottimo lavoro. Quando ci fu bisogno di un nuovo allenatore per il Milan pensai a lui. Tutta la stampa era contro di noi: i giornali scrivevano che volevo essere io il vero allenatore e che scegliendo Capello avevo messo in campo un mio maggiordomo. Le cose, però, non stavano così e Capello lo dimostrò subito con una serie di successi. È una persona molto concreta, molto positiva ed è stato un piacere lavorare con lui".

ANCELOTTI - "Ancelotti era un gran lavoratore, sempre aperto alle nuove idee. Lavorammo in totale armonia, in totale sintonia su come schierare la squadra in campo. Aveva anche un eccellente rapporto con i giocatori. Io lo chiamavo il 'papà' dei nostri ragazzi. Lui completa la terna dei grandi allenatori del Milan: Sacchi, Capello e Ancelotti. Credo sarà difficile per il futuro rimettere in campo una terna simile".

 

 




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