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EDITORIALE - Juve, Inter, Napoli, Roma e Sassuolo: quando la firma e' dell'allenatore

Punto sulla Serie A dopo la quarta giornata di campionato

EDITORIALE QUANDO L'ALLENATORE LASCIA IL SEGNO / ROMA - Per due stagioni, a ragion dovuta, il nome di Conte non è mai stato separato da quello della Juventus. La famosa Juventus di Conte che doveva guardarsi dalle insidie del Napoli di Mazzarri.
E il nome dell'ex tecnico azzurro è diventato ormai il sottotitolo della nuova Inter, della sua Inter che in poco tempo ha fatto rinascere due giocatori bruciati come Jonathan ed Alvarez, e migliorato notevolmente la casella 'gol presi': una rete in quattro partite contro i cinque in altrettante gare della passata stagione firmata Stramaccioni.
Un marchio di fabbrica targato W.M, sempre più 'Mago Walter' e che difficilmente potrà essere messo in discussione dal nuovo proprietario, l'indonesiano Thohir.

E la firma in calce figura anche sul Napoli di Benitez.
Una squadra molto più rilassata che in campo ripropone il sorriso del suo allenatore, 'Rafè' come lo chiamano i suoi tifosi.
Un napoletano acquisito capace con la sua simpatia contagiosa di far dimenticare velocemente le maniacali indicazioni e lo stress tattico del suo predecessore.
La formazione azzurra ha il suo gioco spettacolare, la sua mentalità a prescindere dall'avversario anche se davanti affronti il miglior Milan della stagione e un Balotelli strepitoso. E ieri sera in soli quindici minuti le indicazioni dell'ex allenatore del Chelsea hanno attivato tutti i fotografi di San Siro: le prime tre-quattro azioni del trio Behrami-Insigne-Higuian sono state infatti da copertina.

Una copertina divisa tra il Napoli e la Roma. La Roma di Rudi Garcia, appunto.
Una formazione giallorossa reduce da un derby vinto e da un nuovo matrimonio tifosi/squadra e Curva/allenatore.
Non succedeva da tempo e soprattutto neanche Zeman, tra i tecnici più amati dal pubblico romanista, era riuscito in un'impresa simile.
Il manager francese ha avuto infatti - più dei suoi precursori - l'intelligenza di lavorare sull'aspetto mentale di tutta la squadra, dei titolari e dei panchinari.
Nessun motivatore di turno, ma semplicemente un dialogo costante molto apprezzato dai giocatori e un'onesta intellettuale amata dal tifoso capitolino.
Luis Enrique non aveva prefissato degli obiettivi, Zeman parlava di possibile scudetto mentre l'abilità dell'ex tecnico del Lille è stata proprio quella di distinguere dialetticamente e con chiarezza gli obiettivi dalle ambizioni.
Di separare le strategie, dai miracoli.
Perché la concretezza premia in ogni caso e a qualsiasi latitudine della classifica.
Una lezione che però Eusebio Di Francesco non ha ancora imparato nonostante la scottatura passata con il Lecce.
La Serie A rispetto alla B è un altro sport che punisce facilmente chi ha la presunzione di sfoggiare un 4-3-3 di ispirazione Zemaniana: ecco perché i sette gol presi dall'Inter di Mazzarri non sono una casualità.
Il tecnico nerazzurro sapeva che contro il Sassuolodi Di Francesco i tre punti sarebbero stati assicurati.

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