Ancora oggi non si spiegano gli acquisti di Luis Henrique e Diouf. Ma i paletti della proprietà complicano il lavoro del Ds
Sia chiaro, il principale responsabile della crisi (parola insopportabile ma che ben sintetizza il tutto) dell’Inter è Cristian Chivu. Una crisi tecnica e mentale, forse figlia dell’inesperienza del tecnico romeno, che solitamente emerge nei momenti peggiori, oltre che dell’uscita dalla Champions. Certe figuracce, vedi quella col Bodo Glimt, possono lasciare il segno, specie su un gruppo già reduce da sconfitte atroci.
Ma se vogliamo fare un’analisi più completa della situazione dell’Inter, di cosa è andato e soprattutto non è andato, ecco che non si può lasciare fuori il mercato condotto da Ausilio.

Naturalmente quello della scorsa estate, perché a gennaio non è stato fatto nulla dopo aver accarezzato l’idea di riportare a Milano Joao Cancelo. Se Akanji è stata una super occasione colta al volo a fine sessione, e Bonny-Sucic due buoni se non ottimi investimenti in prospettiva, restano tuttora inspiegabili gli acquisti di Luis Henrique e Andy Diouf. 46 milioni malcontati, bonus esclusi.
Chivu li ha bocciati praticamente subito, basterebbe ricordare cosa disse prima di Napoli-Inter: “Non sono pronti per il calcio italiano”. Ma le avvisaglie ci furono già prima. A proposito di memoria, non dimentichiamo cosa scriveva la stampa marsigliese nei giorni dell’operazione Luis Henrique: riassumendo, l’affare l’ha fatto l’OM vista l’incostanza del brasiliano.
Ciò che ancora oggi sorprende è la fretta con cui Ausilio ha voluto chiudere: ok, c’era il Mondiale per Club alle porte, ma non sarebbe morto nessuno se Luis Henrique fosse arrivato dopo o durante la rassegna statunitense.
L’investimento per Diouf, se vogliamo, è ancora più curioso, dato che Chivu voleva un mediano e fino a cinque minuti prima lo stesso Ausilio aveva provato a prendere Manu Kone. Cinque minuti dopo ha preso un giocatore con caratteristiche completamente diverse, per ora un Kondogbia che non ce l’ha fatta, che Chivu ha utilizzato pochissimo e ovunque tranne che nel suo ruolo naturale.
Ausilio non sa vendere gli esuberi, ma i paletti di Oaktree rischiano di indebolire l’Inter
La croce del mercato per metà sbagliato non può però portarla solo Ausilio, il quale ha inoltre riconfermato tutti i suoi limiti sul fronte cessione degli esuberi (facile vendere Lukaku e Hakimi, molto meno Asllani), perché capiamo bene come possa essere complicato rinforzare una rosa già forte con determinati paletti imposti dalla proprietà.

Il diktat di Oaktree, cinque mesi fa acquisito dal colosso canadese Brookfield, lo conosciamo: calciatori giovani che guadagnino poco e un massimo di spesa sui 25/30 milioni. Non dovesse cambiare quei famosi paletti, nei prossimi anni l’Inter rischierebbe di diventare un mix tra Juve e Milan attuale (più pre-Allegri), ovvero riempirsi di mezze figure.




















