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Maldini tra Milan e futuro: “Non vado allo stadio, mai in questi club”

Paolo Maldini ha concesso una lunga intervista a ‘Radio TV Serie A’: le parole dell’ex dirigente del Milan

Ormai sta per finire la prima stagione di Paolo Maldini da ex dirigente rossonero. Intervistato da ‘Radio Tv Serie A’, la leggenda milanista ha svelato come è nata l’idea di intraprendere la carriera di dirigente, prima di tornare sulla dolorosa separazione dal Milan. “Avevo chiaro quello che non volevo fare come lavorare in tv e allenare. Quando è arrivata questa opportunità da dirigente con Leonardo è arrivata con qualcuno che condivideva i miei stessi ideali e i miei stessi principii. Ho molto da insegnare avendo 31 anni di carriera alle spalle, ovviamente c’è stato un periodo di adattamento in cui mi sono sentito inadeguato, sono stato fortunato ad essere con lui”.

Nonostante un rapporto finito in maniera a dir poco burrascosa, Maldini sul futuro ha fatto capire di non vedersi in un altro club italiano. “È una regola che vale soprattutto per l’Italia, non ce la faccio ad immaginarmi in un club diverso dal Milan. Questo non si fa”. Per quanto riguarda l’estero, l’ex capitano rossonero fa chiarezza sul PSG. “Non ho mai detto di no. Sono stato a Parigi, dando la mia disponibilità, pensandoci ora, forse è stato un bene non essere andato lì. Probabilmente sarebbe stato un fallimento”.

Maldini sul Milan: “Non vado allo stadio”

Tornando al presente, Paolo Maldini ha fatto chiarezza sui suoi attuali sentimenti verso i rossoneri. “Seguo il Milan e il Monza dove gioca mio figlio. Non vado allo stadio, mi sembra una cosa logica. Noi avevamo creato una squadra vincente, instaurando tante relazioni con i calciatori con cui si è venuto a creare un rapporto speciale. Quando vedo la fascia sinistra sinceramente è uno spettacolo”.

Sullo scudetto dell’Inter e la crisi del Napoli. “L’Inter ha struttura sportiva che determina il futuro, che è stata gratificata da lunghi contratti. Se il Napoli va male non è un caso se vanno via allenatore a dirigenti. I giocatori non sono macchine, per produrre qualcosa, alle spalle devono avere qualcuno che li aiuti e che produca. Hanno bisogno di supporto e di chiarezza, perché sono ragazzi giovani”.

 

 

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