Lo scudetto del Napoli è uno ‘sfratto’ ai luoghi comuni: non più la vittoria di un capopolo, ma il successo di gruppo
“Ma cher’è? ‘O quatt ‘e Maggio” (“Ma cosa succede, è il 4 maggio”?) Una data simbolica per una città che di simboli ha fatto la sua storia. Nel giorno che la tradizione partenopea vuole riservato agli sfratti, il Napoli ‘sfratta’ le 3 grandi del Nord dal gradino più alto della Serie A. Da venti anni Juventus, Inter e Milan si spartivano gli scudetti, è arrivata la squadra di Spalletti a interrompere l’egemonia. Uno sfratto caotico, come tutti i traslochi sono, ma non certo improvvisato.

Perché la vittoria del Napoli non è stata una casualità, l’opera del destino, tanto per citare un altro aspetto simbolico (che spesso scade nel luogo comune) che accompagna la città partenopea. Questa volta, Napoli ha vinto con programmazione, lungimiranza e coraggio. Si spiegano con le prime due i quattordici anni consecutivi nelle coppe europee, i quattro secondi posti e i tre terzi posti negli ultimi dieci campionati. Il coraggio è quello avuto la scorsa estate. Via i senatori (da Insigne a Mertens, passando per Koulibaly e Ospina), un altro sfratto, tanto per rimanere in tema con un giorno che da quest’anno sarà inciso nella storia del club azzurro.
Una storia che non è cambiata ‘un giorno all’improvviso’, utilizzando uno dei cori più in voga al Maradona. Ma c’è stato comunque un giorno in cui guardando il campo, Spalletti ha capito che questa squadra poteva fare qualcosa di straordinario. Non ne era molto convinto (almeno a giudicare dall’espressione del volto), quando De Laurentiis lo premonizzò circa un anno fa. Invece quella idea è diventata realtà e questa volta, al contrario dei primi due scudetti del Napoli, non c’è nessun Masaniello, nessun capopopolo cui attribuire tutti (o quasi) i meriti.
Napoli campione d’Italia, un successo che cancella i luoghi comuni
Non è il Napoli di Maradona, anche se la figura del Pibe de Oro è presente in questo scudetto. Lo è negli occhi dei tifosi che hanno vissuto i suoi anni d’oro e in quelli di chi quei due trionfi li ha solo sentiti raccontare, ma si è avvicinato alla squadra azzurra negli anni della sofferenza, della Serie B e della Serie C. Una risalita faticosa ma che si è conclusa in cima, lì dove solo due altre volte nella sua storia il Napoli era riuscito a issarsi.

Non è la squadra del ‘facimme ammuina’, altro luogo comune appiccicato addosso ad una città che di pregiudizi con cui fare i conti ne ha tanti. Ma è la vittoria della serietà. Quella rappresentata anche da Di Lorenzo, capitano magari silenzioso a parole, ma loquace nei fatti: dai campi della C al tricolore, mai una partita saltata e l’esempio di come il lavoro alla fine paga. E’ una vittoria che mette in un angolo i luoghi comuni, ma non la storia di una città che si prende la sua festa. E da ieri sera, sarà ancora più bello cantare ‘Amico Mio’, canzone di un altro simbolo della città come Pino Daniele: ‘ogni giorno è ‘o quatt’e maggio…’




















