L’effetto Zalewski sulla Roma

ULTIMO AGGIORNAMENTO 10:13

Nicola Zalewski da febbraio non è più uscito dal campo, dimostrando qualità e maturità anche in un ruolo inizialmente non suo

Nicola Zalewski, polacco da Poli, provincia di Roma, campagna prenestina, dovrebbe insegnare qualcosa agli scettici frettolosi. La sua nuova vita calcistica, quella che José Mourinho ha pensato di costruire per lui senza che lui nemmeno ancora la sapesse, inizia il 19 febbraio quando nella ripresa della gara con il Verona esce Vina ed entra il ragazzino: esterno tutta fascia. Finisce 2-2, il risultato agevola i mugugni: ‘è un esterno alto, un trequarti, come può fare quel ruolo lì?’.

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Zalewski © LaPresse

La gente dimentica, ma c’è anche qualche voce celebre nelle innervature dello scetticismo che si faranno strada perché da quel momento Mourinho ha già deciso. E Zalewski metterà in fila Vina ed El Shaarawy, anche quest’ultimo adattato tutta fascia. “Ci sono squadre come l’Inter che comprano Gosens e lo mettono in panchina, noi abbiamo Zalewski e lo costruiamo”. Eccolo lo spirito del nuovo Mourinho, quello che forse ora qualcuno in più comincia a capire. La sua sfida a Roma, personale, è nell’evoluzione di Zalewski che in questa Conference comincia a mettere la firma, molto oltre di quanto ci si potesse aspettare.

La galoppata di sessanta metri con sterzata improvvisa e verticalizzazione per il gol di Zaniolo contro il Bodo, l’invenzione ieri per capitan Pellegrini che mette subito il Leicester in condizione di sudditanza a casa sua e permette alla Roma di giocarsi il posto della finale in una gara sola, a casa sua, come se quella del King Power Stadium non ci fosse stata. Togliere il vantaggio della gara in casa agli avversari annullando la possibilità di farli arrivare al match di ritorno con un vantaggio anche piccolo da cui partire può essere un bel punto di partenza. Intanto, da quei 45’ in campo nella ripresa di quel Roma-Verona 2-2, Zalewski di minuti ne ha infilati altri 773 in 12 partite tra Serie A e Conference.

Abbinando la gamba per coprire a quella per andare e al piede educato che sa dove metterla. Ha sofferto con Dumfries, è vero. Non è stato l’unico, non c’entrano i suoi 20 anni e nemmeno l’adattamento ad un ruolo che ormai è suo, se lo sente addosso. E, glielo diciamo noi oggi, gli avrà allungato la carriera riempiendogliela di possibilità in più rispetto a quanto ti possono dare gli ultimi trenta metri di campo. Dove, se non determini in zona gol rischi di essere risucchiato nell’anonimato.

Zalewski ‘non teme’ il ritorno Spinazzola e sulla nazionale ha già scelto

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Zalewski e Smalling © LaPresse

Zalewski sembra un terzino compatto vecchio stile, riporta ad un calcio meno fisico e più tecnico. E forse per questo piace di più. Così come colpiscono la sua maturità, i post partita senza sbavature, anche se quegli occhi vispi potrebbero sorprenderti da un momento all’altro come in campo. Zalewski a Roma se lo godono (e fanno bene), senza pensare a cosa accadrà quando Leonardo Spinazzola tornerà lui al cento per cento. E sapete perché? Perché il ragazzo dà tutta la sensazione di avere il calcio “dentro” e di poter stare dove lo metti. Nota a margine ma non troppo: attenzione a non fare l’errore già fatto in passato, il ruolo caratterizza un giocatore, i jolly alla lunga rischiano di venire destabilizzati dai continui cambi di fronte e di angolatura da cui vedere il campo.

Ce n’è un’altra: Zalewski è polacco al cento per cento e lo dice senza mezzi termini, ha già giocato con la Polonia, togliendo così alla critica quel pezzetto di attese sospese del genere… “forse sceglierà l’Italia”. No, Nicola ha già scelto. E nella sua scelta c’è tutto: il rispetto delle origini, della sua famiglia, una sorta di promessa che ha fatto a se stesso e a Christopher, che continua a guardarlo dal cielo come ha fatto per anni su tutti i campi dove è andato. In ogni tappa della sua carriera, appena cominciata, alla fine c’è il papà, il suo papà. C’era anche ieri, in un angolo di cielo del King Power.

Giorgio Alesse