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Calciomercato, la Uefa dichiara guerra ai fondi di investimento

Attraverso la 'third party ownership' il cartellino di tanti calciatori è diviso in azioni

CALCIOMERCATO BRAHIMI NEYMAR PORTO FONDI / ROMA - C'è una grossa ombra che spaventa la Uefa. Riguarda la cosidetta 'third party ownership', uno strumento che sta influendo sempre di più sul calciomercato a livello mondiale. Il calciatore viene in pratica diviso in azioni, come se fossimo in Borsa. E parti terze ne acquistano una percentuale.

Yacine Brahimi, attuale capocannoniere della Champions League dopo la tripletta al Bate Borisov, ne è un esempio. Gioca nel Porto ma non appartiene al club lusitano, visto che l'80% del suo cartellino è di proprietà del Doyen Sports, uno dei tanti fondi di investimento che da qualche anno operano in ambito calcistico. Come lui Mangala o Rojo, per citare alcuni calciatori che sono stato al centro di trasferimenti nell'ultima sessione di  mercato. Come spiega oggi 'La Gazzetta dello Sport', il fondo funziona come una banca privata: presta soldi per l'acquisto di giocatori ai club che ne hanno bisogno o che altrimenti non potrebbero permetterselo, in cambio di un tasso di interesse sul prestito, di una quota sul cartellino o di una percentuale sulla futura vendita. L'Atletico Madrid, ad esempio, campione di Spagna e finalista di Champions, ha costruito le sue recenti fortune grazie ai soldi dei fondi.

Come detto la Uefa ha dichiarato guerra alla 'third party ownership', perché "un fondo può possedere giocatori in più squadre, con il rischio di manipolazione delle partite", come ammesso da Gianni Infantino. Ovviamente contro i fondi ci sono anche alcuni club, come ad esempio lo Sporting Lisbona: il presidente Bruno de Carvalho ha un contenzioso in atto  col fondo maltese per la vendita di Rojo al Manchester United perchè la Doyen avrebbe violato l'articolo 18 del regolamento Fifa, che vieta l'ingerenza di attori esterni nella vita del club di calcio. Anche il recente trasferimento di Mangala al Manchester City ha subito dei ritardi perché parte del cartellino era di proprietà della Doyen, che ha costretto il club inglese a trovare in pratica un doppio accordo con club e fondo per avere il difensore. Stesso discorso ad esempio per il passaggio di Neymar al Barcellona nell'estate 2013: il grosso del discusso trasferimento è finito alla società del padre di Neymar per i diritti d’immagine. Che oggi appartengono alla Doyen Sports.

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