Ancelotti, mezzo secolo di trofei da uomo normale: “Dopo il Real forse smetto”

ULTIMO AGGIORNAMENTO 18:38

Annuncio di calciomercato di Carlo Ancelotti, tecnico del Real Madrid campione di Spagna e semifinalista di Champions League

“Dopo il Real Madrid probabilmente smetto”. Non è uno che ama la scena, Carlo Ancelotti, non spreca parole, non cerca attenzioni. Se lo dice significa che alle porte dei 63 anni e con quel “dopo il Real” di mezzo, il pensiero di smettere si è annidato seriamente nelle anse di una ambizione che le vittorie hanno assecondato oltre ogni limite immaginabile. E la sensazione è che dietro queste parole ci sia anche l’intelligenza di un uomo al quale anche questa dote non è mia mancata, di alzarsi dalla panchina e fare spazio prima che arrivino la sazietà e il rischio di smettere quando la gloria magari è un ricordo di qualche anno prima.

Carlo Ancelotti © LaPresse

Una cosa bisogna di dire, infatti, di Ancelotti: non si è mai stancato di vincere, da giocatore prima e da allenatore poi. E se con assoluto realismo bisogna dire che i 14 trofei vinti giocando lasciano la sensazione di un credito (quel tremendo infortunio alla Roma qualcosa gli può aver tolto in termini di longevità agonistica: e soprattutto gli tolse il Mondiale del 1982), da tecnico si è preso tutto quello che poteva. Sedici anni in campo per alzare due Coppe dei Campioni e altrettante Intercontinentali con la maglia del Milan sono le 4 perle in bacheca. Ventisette in panchina con 22 trofei tra campionati e Coppe: le tre Champions da record e le due Coppe del Mondo per club sono i trionfi di sempre con il Milan e il Real, le sue due maglie.

Allievo di Sacchi, con il maestro non lo accomunava lo stress che a un certo punto ha fermato Arrigo. Carlo non si è fermato mai, ha vinto i cinque campionati top d’Europa con Milan, Psg, Chelsea, Bayern e Real. Ha messo in fila, fino ad oggi 1221 panchine, alzando il sopracciglio quando lo hanno fatto proprio arrabbiare tanto, e le spalle se non è stato capito. E sembrerà strano, ma non è stato capito: alla Juve (era l’inizio della carriera), al Bayern, dove ha vinto tra qualche critica di troppo, e al Napoli, dove non è riuscito a completare il suo lavoro ed è arrivato l’esonero.

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Carlo Ancelotti © LaPresse

Una grande carriera dietro alle spalle. E davanti quello che ancora deciderà di fare. “Dopo il Real probabilmente smetto”. Manca una Champions, che potrebbe portarlo a scrivere un altro record, stavolta da solo: fino a tre lo hanno accompagnato Bob Paisley e Zinedine Zidane, il poker sarebbe tutto suo, senza colleghi intorno. E volendo ci sarebbe la quarta Supercoppa Europea: il tris è un traguardo diviso con Pep Guardiola, anche in questo caso Re Carlo può prendersi il trono senza rivali. Ecco, se facesse bingo così, forse potrebbe smettere davvero. Chiudendo una carriera in cui sono due squadre sembravano scritte nel suo destino ma a questo punto potrebbe chiudere senza averle allenate: la Nazionale e la Roma.

Alzando talvolta il celebre sopracciglio del disappunto e talvolta le spalle dell’indifferenza, Ancelotti ha percorso quasi mezzo secolo di calcio giocato e allenato. E lo ha segnato sollevando al cielo soprattutto i trofei della gloria. Un orgoglio tutto italiano, un esempio di come il calcio si può vincere vincendo ad alti livelli ma senza mai ergersi a maestro. E quel ballo con Vinicius sul pullman scoperto che fa festa a Madrid per la Liga vinta, ci dice che dopo il Real smetterà, va bene: ma ancora c’è qualche passo di danza e di calcio da vivere e da vincere, per scrivere altra storia. E per alzare il sopracciglio (non la coppa) in faccia a chi lo ha dato per bollito.

Giorgio Alesse