Coronavirus, ESCLUSIVO affrontare la paura e condividerla con i bambini: i consigli della psicologa

ULTIMO AGGIORNAMENTO 15:01

Emilia Tarantino in esclusiva a Calciomercato.it ci spiega come vivere al meglio questo delicato momento

CORONAVIRUS PSICOLOGIA BAMBINI RAGAZZI / Chiusi in casa, spesso senza lavorare e costretti ad una convivenza stretta come non si era abituati prima: l'emergenza coronavirus ha inevitabili conseguenze anche dal punto di vista famiglia e psicologico. La paura del virus riempie le nostre giornate, così come la necessità di dover trovare un nuovo equilibrio di vita e condividerlo con bambini e ragazzi. Di questo in esclusiva a Calciomercato.it, ha parlato la psicologa-psicoterapeuta Emilia Tarantino, che collabora con l'Azienda Ospedaliera dei Colli, 'Monaldi' di Napoli.

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La pandemia Coronavirus ci costringe ad affrontare l’emozione della paura: come si può gestirla e come evitare che superi il livello di guardia?

Non bisogna perdere l'opportunità di farsi nuove domande! Il coronavirus come ogni malattia spaventa, perché inevitabilmente costringe al contatto con la paura di morire. Affrontare la paura del contagio e della perdita ci vede, oggi, tutti impegnati di fronte alla responsabilità di riuscire a dare un senso ed un significato a ciò che sta accadendo e ci costringe a sciogliere il patto con il 'desiderio dell''ipercontrollo'. La paura è una risposta fisiologica ed adeguata al pericolo ed è necessaria, perché ci protegge dai possibili rischi. Ammettere di avere paura aiuta a porre le attenzioni necessarie per tutelare la salute. Ma se poniamo attenzione al virus come messaggero delle inquietudini della psiche, vediamo che chi ha una malattia, ha la possibilità di ricordarsi di sé, ha la chiave, quando ne fa un'esperienza di crescita, per accedere alla consapevolezza. La consapevolezza aiuta ad evitare che si 'alzi il livello di guardia'. Oggi è come se lo avessimo un po' già tutti il virus. Tale aspetto può rappresentare l'occasione per inquadrare e ridefinire il senso della nostra esistenza. Nella malattia, così come per le crisi emotive che quotidianamente ci troviamo ad affrontare, non possiamo solo pensare a 'riparare il danno', perché il più delle volte non è possibile, ma dobbiamo pensare ad utilizzare il 'segno' che l'evento ci lascia in dono. Il duro impatto con la realtà non può far identificare la propria esistenza con il coronavirus, consentendogli di  definire la vita, nella più intima essenza. L'impegno emotivo è quello di impegnarci a trasformare la paura in coraggio, le mancanze in centratura del respiro, la rabbia in grinta.

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I provvedimenti delle autorità impongono di restare in casa, spesso senza lavorare: come si affronta questa novità di un ritmo completamente diverso da quello frenetico della vita 'normale'?

Come voglio vivere il tempo che ho davanti, nonostante le restrizioni del momento? Le restrizioni sono limitate nel tempo e non ci impediscono di scegliere come vogliamo giocare la partita della vita e dunque, come trascorrere le ore in casa. I 'dolori del corpo' portano con sé il messaggio di accettare di fermarsi. L'unico modo per 'custodire' il senso del tempo è essere disponibili a rendere flessibili i nostri soliti schemi. In tal senso l'evento coronavirus ed i provvedimenti ad esso collegati, non dovrebbero rappresentare un nemico da combattere, bensì un alleato a cui ancorare il proprio risveglio dal torpore. Quello che sta accadendo a tutti noi in questi giorni , nella costrizione di riprogrammare la nostra esistenza, può rappresentare in qualche modo un'opportunità. Chi si ammala diventa consapevole che la vita è limitata, ma è a quel punto che il più delle volte non la spreca. La crisi in questa chiave, può rappresentare l’opportunità di recuperare quella parte, per vivere un tempo diverso non più cadenzato dalle richieste della società dell'efficienza, bensì dettato da noi a favore di maggiore elasticità, fiducia, vitalità, ottimismo, ironia e spiritualità. Tale atteggiamento può consentire di ridefinire: la 'dimensione del potere' intesa come possibilità riconosciuta a se stessi di reggenza sulla propria vita, favorendo il passaggio dalla disperazione alla speranza; la 'dimensione del tempo' significativa per decidere il valore di ciò che ci sta accadendo, dall'idealizzazione del passato al vivere il presente ; la 'dimensione del sacro' fondamentale che sia credenti o meno, intesa come possibilità di riconoscere la sacralità della vita, anche nella crisi ed attingere in essa, le risorse per accettarla ed affrontarla.

 

Un problema che accomuna molti genitori è quello di dover spiegare ai bambini quel che sta accadendo: come fare senza creare ansie e paure?

E' sicuramente complesso dar voce a qualcosa che non è visibile e facilmente immaginabile per un bambino. La sfida di fondo è quella di accettare, di essere genitori umani e per questo allo stesso tempo competenti e fallibili, non 'supereroi'. Dobbiamo ricordare che gli occhi dei genitori sono lo specchio attraverso cui il figlio si riconosce e filtra la realtà circostante. In tal senso, sarebbe utile non restringere il campo agli aspetti negativi, che collegano all'assenza, a ciò che non si può fare, bensì bisogna allenarsi insieme a centrare i bisogni, affinché il figlio, nonostante i limiti del momento si senta padrone ed in diritto di viverli ed esprimerli, in modo da essere sostenuto a trovare la sua chiave per affrontarli. Come farlo? Con il gioco, metodo semplice chiaro ed immediato, che ancori realtà e fantasia. Può essere sano approfittare per allenarsi e credere in quello che è e vuole essere, incoraggiandolo verso quella fiducia, che lo veda competente rispetto alla possibilità di affrontare anche le restrizioni e paure di questo tempo. Costruire giocando una lente di ingrandimento su quello che si può fare. E dare il via ognuno al suo 'percorso di giochi', così da provare poco alla volta a rendere 'ludica' anche la preoccupazione.

Sempre in tema di giovani: gli adolescenti si ritrovano in un 'mondo' completamente nuovo, quali rischi corrono e cosa occorre fare per limitarli?

Credo che il mondo completamente nuovo porti con sé un bellissimo rischio: quello di sperimentare la noia. Non bisogna limitarli rispetto a quest'esperienza. L'invito è quello di provare a rivalutare un aspetto quasi completamente annullato nella società odierna. Sin da piccoli veniamo allenati a dover dimostrare di essere in grado di fare qualcosa, piuttosto che di essere e provare ad essere felici. Il rischio di oggi è quello di riproporre  una nuova routine attraverso i social: lezioni online, e volerle per più ore, compiti, e ritenere che non siano abbastanza, continue videochiamate per saperli 'in contatto', lezioni di attività sportive online per sapere che si stanno distraendo. Tutto questo se nuovamente portato allo stremo che rischi comporta? Ma è davvero questo il senso? Coprire affannosamente il tempo? Perché il coronavirus è soltanto un tempo, una dimensione che poi passerà e i dati della Cina, ce lo stanno fiduciosamente insegnando. E allora questo tempo può essere una benedizione per la nostra società e per i nostri adolescenti? Quale sarà l'evoluzione di questa crisi per genitori e figli, adulti del domani? Che cosa ce ne faremo e se ne faranno del coronavirus quando sarà passato?  La legge della natura ci sta mettendo nelle mani la responsabilità di un seme, che porta ad aprire nuove domande, a reggere il torpore del dubbio, dell'incerto. Ci invita a scardinare quello che ci sembrava un programma perfetto, per includere il limite, il fallibile, il non calcolabile, il nuovo, l'inaspettato. Il dolore dell'adolescente non è forse questo? Lasciar andare il bambino onnipotente, per far spazio al giovane adulto. Quel dolore lo vede ai nostri occhi sempre in fuga. Accordato al riflettore, ma troppe poche volte accordato al suo tempo. Soltanto la ricerca dell’accordo può facilitare l’accesso alla mancanza, quella di cui ciascun adolescente può divenirne l’autore se sostenuto ed autorizzato alla responsabilità e alla cura del proprio progetto di vita, così da scegliere il tempo e lo spazio per vivere quello, che credo possa essere definito il suo secondo tempo. In sintesi mi vengono in mente una strofa di una canzone di Roberto Vecchioni: “Sogna ragazzo sogna, ti ho lasciato un foglio sulla scrivania, manca solo un verso a quella poesia, puoi finirla tu...””.