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Palermo, Schelotto: "Il mio addio? Zamparini aveva ragione"

Il tecnico argentino è tornato sulla decisione di lasciare la società rosanero

PALERMO SCHELOTTO MOTIVO ADDIO / BUENOS AIRES (Argentina) - Anche se non ha mai avuto modo di scendere in panchina, Guillermo Barros Schelotto deve considerarsi un ex tecnico del Palermo. L'argentino si è dovuto arrendere alla decisione della UEFA di non riconoscergli valida la sua licenza: "Ha preso la decisione migliore per il club e per se stesso", aveva commentato il suo agente in esclusiva ai nostri microfoni. 

Oggi, a distanza di qualche mese dal suo addio, l'allenatore - che nel frattempo ha assunto la guida del BocaJuniors - è ritornato sull'esperienza in rosanero: "Che esperienza è stata quella al Palermo? Beh, mi aspettavo di rimanere di più in Italia (ride, ndr). Sono state delle settimane intense, ma brevi perché l’UEFA non mi ha riconosciuto il tesserino da allenatore – ha raccontato a 'La Nacion' -. All’inizio a me e mio fratello avevano detto che erano necessari tre anni di esperienza da tecnico di una prima squadra e noi, di fatto, ne avevamo conseguiti tre e mezzo sulla panchina del Lanus. Poi le carte in tavola sono cambiate. La decisione di lasciare l’abbiamo presa una notte, era domenica (8 febbraio, ndr) e la comunicammo un giorno dopo alla società rosanero. 

Il presidente Zamparini ha detto che, appena compresa la situazione, non ho provato in alcun modo a rimanere a Palermo? E’ vero, ha ragione. Era impossibile pensare di proseguire l’avventura in rosanero - ha ammesso Schelotto - Decisi allora di rassegnare le mie dimissioni, pur sapendo che stavo per lasciarmi scappare un’opportunità unica che potrebbe anche non più capitarmi in carriera. Però questa era la decisione più logica da prendere. Pensate, fossi rimasto a Palermo, fino a giugno avrei dovuto vivere nella seguente maniera: non sarei potuto entrare nello spogliatoio, lo staff tecnico non avrebbe potuto prendere posto in panchina.

Zamparini mi ha fatto sedere in panchina in qualità di dirigente accompagnatore. Ok, poteva essere una soluzione, ma che allenatore è quello che durante le partite non può alzarsi, raggiungere il bordo del campo e urlare indicazioni ai propri giocatori? Ci siamo sentiti limitati e soprattutto a disagio: non è un trattamento cui sono abituati gli allenatori. Per questo motivo ho detto basta. E l’ho detto anche per il bene del Palermo. In che senso? Sapete, i giocatori hanno bisogno di ricevere i giusti incitamenti durante un match e li vogliono ricevere da quel tecnico che li allena in settimana. Una squadra come il Palermo, che lotta per la salvezza, necessita massima comunicazione tra tecnico e calciatori“.

D.G.

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