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Lazio, caos Varsavia. Nuove testimonianze: "Ispezioni anali e flessioni nudi"

Un tifoso, arrestato e poi rilasciato, racconta l'inferno che ha vissuto

LAZIO VARSAVIA TIFOSI CARCERE CALCIATORI / ROMA - Mentre si mette in moto la macchina della solidarietà per i tifosi della Lazio incarcerati a Varsavia e le Istituzioni italiane cercano di far luce sulla vicenda (clicca qui per saperne di più), diverse testimonianze gettano ombre sulle circostanze e le cause dei fermi e sui processi che hanno visto la condanna di 22 cittadini italiani.

David D., ventenne romano appena rientrato dalla Polonia dopo la terribile esperienza del fermo preventivo, ha raccontato l'inferno che ha vissuto a 'Intelligonews'. Ecco i passaggi salienti:

FINALMENTE A CASA - "Sono qui, questo è importante. Non sono tranquillo però, stanotte mi sono svegliato urlando, mi sembrava di essere ancora in cella. Poi ho visto le mura di casa ed ho tirato un sospiro di sollievo".

L'ARRESTO - "Sono arrivato con altri quattro amici a Varsavia il 28 novembre, in tarda mattinata.
Arrivato in albergo ho pranzato, poi sono uscito e dopo cento, centocinquanta metri ho visto un gruppo di tifosi. Credevo fossero scortati, così mi sono avvicinato con i miei amici, ma ho notato che alcuni ragazzi erano a terra. Spaventati siamo tornati indietro, ed abbiamo girato verso una stradina, ma lì siamo stati bloccati dalla polizia. Dopo pochi istanti siamo stati spinti con gli scudi, quindi trattenuti in quel modo, attaccati l’uno all’altro, per tre, forse quattro ore".

IN COMMISSARIATO - "Ci hanno detto più volte 'normal control, normal control!”, ma non c’era ancora l’interprete. Ci hanno perquisito, poi spogliato, io avevo le mutande e non volevo toglierle. Me le hanno strappate di dosso. Poi ho subito una ispezione anale, come avviene per i trafficanti di droga. Quindi le impronte digitali e le foto segnaletiche, senza nessun testimone. Ero terrorizzato, tremavo, non sapevo che fare. Ho chiamato subito prima della perquisizione, poi non più. Papà cercava di tranquillizzarmi, diceva che era un controllo, che dovevo fidarmi della polizia. Mi hanno sempre insegnato questo a casa".

IN CELLA - "Quando hanno aperto la porta ho visto che dentro c’era un altro detenuto, uno straniero, con la maglia sporca di sangue, con dei lividi. Non volevo entrare, avevo paura che potesse farmi del male. Temevo di essere violentato. Sono stato spinto dentro con forza e sono caduto. Tremavo e piangevo. Il detenuto è stato generoso con me, donandomi la sua cena. Io prima di entrare in cella chiedevo acqua dicendo 'water, water!', ma niente. Ridevano. Poi ho indicato una bottiglia vicino ad un computer, e me l’hanno data. Ad un altro prima di entrare in cella lo hanno costretto a fare le flessioni. Ha fatto le flessioni nudo".

IN TRIBUNALE - "Ho passato in cella la notte del 28 e del 29. Un giorno e mezzo dunque. Poi sabato mattina sono stato portato in tribunale. Avevo le manette. Altri tifosi mi hanno detto di essere stati incatenati, a coppie, essendo finite le manette.L'accusa che mi è stata rivolta in tribunale è 'lancio di bottiglie'. In realtà io non avevo lanciato nulla, come ha poi detto un testimone oculare del posto. Volevano sapere se avevo una moglie, dei figli a carico e se possedevo degli immobili. Erano interessati solo alla mia condizione economica".

ADESSO - "Non è tutto finito. C’è un procedimento a mio carico, dovrei in teoria presentarmi in Polonia a gennaio e febbraio. Io sono innocente, non ho fatto nulla. Ovviamente quando ho capito che stavo partendo per l’Italia ero felice, ma il terrore era ancora prevalente. Ho capito sulla mia pelle cos’è il terrore".

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